4 bambini
Per alcuni bambini le città sono luoghi di fatiche immense. Luoghi che esistono oltre le periferie, in un incastro di strade veloci e immondizie. Aree utili a misurare la nostra distanza di sicurezza con questi spazi. Distanza voluta da chi non abita questi spazi.
Ma non è la loro sicurezza. Non la sicurezza di questi bambini.
La tragedia del rogo presso un campo Rom in cui hanno perso la vita 4 bambini ieri sera a Roma è cosa drammatica. Drammatica per le vite giovanissime che disperde. Drammatica per una famiglia che irreparabilmente non lo sarà più.
Drammatica perché questo Paese si mostra ogni giorno – e sempre di più – meno umano e giusto.
Come spiegare, altrimenti, i pogrom di Ponticelli e i deliri trevigiani. Come spiegarli senza ricordare che i bambini nomadi sono a Roma oggi, ma come in altre città in Italia, una questione di ordine pubblico da trattare attraverso gli strumenti contenuti nel pacchetto sicurezza.
Bambini da disperdere assieme alle loro famiglie perché non esistano, in un delirio che sembra non ricordare – e una ricorrenza è appena trascorsa – l’enormità e indicibilità della storia.
Oggi non ci sono parole facili. E vadano via quelle di circostanza e retoriche del “dovremmo riflettere”. Oggi, per mezzo di questa terribile vicenda, bisogna domandarsi dov’è che è possibile riconoscersi in questo Paese.
Domandarsi se è la direzione verso cui vogliamo andare. Se i sentimenti che devono guidarci nella nostra qualità di cittadini siano quelli della diffidenza e della paura dell’altro da noi. Sentimenti partecipi di questa tragedia.
Se le nostre ambizioni debbano guardare alla giustizia (del giusto diritto ad una vita dignitosa senza il rischio angosciante del freddo, di morire bruciati in una baracca!) o debbano volgersi, adattandosi, a questo cupio dissolvi sociale. Riguardare questa crisi che, prima che politica, è morale e civile.
Il bambino ha diritto alla vita. Gli Stati devono aiutarlo a crescere (Carta dei diritti dell’infanzia, ONU 1989).
Antonio Crialesi








